Giudizi universali è il secondo singolo estratto da Samuele Bersani, il terzo studio album del cantautore riminese, pubblicato nel 1997.

La canzone è stata inserita nella colonna sonora dei film Chiedimi se sono felice di Aldo, Giovanni e Giacomo, e Fuochi d’Artificio di Leonardo Pieraccioni.

Il testo, noto per essere uno dei più belli in assoluto della produzione musicale di Bersani è stato riconosciuto come  “miglior testo letterario” nel 1998 e per tale motivo una giuria di critici  presieduta da Fernanda Pivano, nota scrittrice e traduttrice lo ha premiato con il “Premio Lunezia“.

Si tratta di una delle più belle canzoni d’amore della musica italiana, o forse – meglio – una canzone di “non amore”: la storia parla infatti della disillusione di un uomo innamorato nei confronti della donna che ama, incapace di accontentarsi della semplice bellezza della vita (“Troppo cerebrale per capire che si può star bene senza complicare il pane”) e che sente sempre il bisogno di complicare le cose semplici, come se la bontà di una fetta di pane avesse per forza bisogno di qualcosa spalmato sopra. Nella metafora, la semplicità della vita, dei gesti e dell’amore non basterebbe, ma subentrerebbe il bisogno di verbalizzare sempre, di parlare, di coprire le azioni con una interpretazione fatta di parole che però sono spesso vuote, addirittura doppiate – e quindi non sono più quelle originali, vere, ma ne sono una copia stravolta, rivista, falsa (“ci si spalma sopra un bel giretto di parole vuote ma doppiate”).

La reazione di lui a questo comportamento è quella di dirle: fai pure quello che vuoi, quello che credi. Prendi pure le cose leggere, belle, allegre come le bolle di sapone o un aquilone e cerca pure di distruggerle, facendole a pezzi, mentre io mi lascio andare all’irrazionalità più piena, ma lasciami stare, lasciami sognare in pace (“Mangiati le bolle di sapone intorno al mondo e quando dormo/taglia bene l’aquilone, togli la ragione e lasciami sognare/lasciami sognare in pace”).

Non è sempre stato così: c’è stato un tempo in cui erano insieme, liberi, si sentivano sollevati da terra e volare, aver voglia di andare via, prendere la porta e uscire (citando forse il film di Liliana Cavani “Oltre la porta” in cui recita Mastroianni). Perdersi, ma allo stesso tempo sentendo che l’amore guida i nostri passi e spiega ciò che accade, come la voce che nelle pubblicità ci illustra cosa vediamo e di cosa stiamo parlando. Liberi, privi della razionalità e delle cose che ci hanno insegnato, rappresentate dai libri (“Liberi com’eravamo ieri dei centimetri di libri sotto i piedi/per tirare la maniglia della porta e andare fuori/come Mastroianni anni fa come la voce guida la pubblicità/ci sono stati dei momenti intensi ma li ho persi già”). Ci sono stati momenti così, ma sono passati.

Questa necessità di complicare le cose impedisce di capire che non c’è bisogno di mortificare sempre il proprio lato emotivo: il cuore è prezioso e va protetto, come una aiuola da coltivare, invece lei ci passa sopra i piedi, come se scambiasse l’aiuola per un tappetino su cui pulirsi le scarpe (“Troppo cerebrale per capire che si può star bene senza calpestare il cuore/ci si passa sopra almeno due o tre volte i piedi come sulle aiuole”). In questo rapporto che è come una casa, lui provocatoriamente dice, va bene, allora facciamolo fino in fondo: invece di cercare di amarci con semplicità, leviamo i freni e diamo sfogo all’odio (“Leviamo via il tappeto e poi mettiamoci dei pattini per scivolare meglio sopra l’odio”). Lo dice, ma questo modo di fare lo fa soffrire tanto che gli toglie il fiato (“Torre di controllo aiuto, sto finendo l’aria dentro al serbatoio”).

È tutto perduto, quindi? Volendo, potrebbe anche continuare così come ora: è in grado di farlo. È in grado di continuare a fidarsi di lei, ma si accorge di  non volerlo più, perché la donna che ha accanto è diversa da quella che sentiva di amare. In fondo, questa donna che credeva di amare perché diversa da tutte le altre non è che la sintesi di mille altre che ha conosciuto (“Potrei, ma non voglio fidarmi di te/io non ti conosco e in fondo non c’è/in quello che dici qualcosa che pensi/sei solo la copia di mille riassunti“) e allora l’amore, questa candela che arde, alla fine si bagna – forse sono le lacrime che ne spengono la fiamma – e rimane solo la materia: ciò che lo rendeva vivo e luminoso non c’è più (“Leggera leggera si bagna la fiamma/rimane la cera e non ci sei più…”).

E così succede che una storia così bella e piena pare non lasciarci quasi nulla, come se tutto il tempo passato insieme non lasciasse che pochi ricordi. Non è dovuto alla volontà di cancellare qualcosa, o qualcuno: semplicemente quando l’amore finisce spesso rimane davvero poco (“Vuoti di memoria non c’è posto per tenere insieme tutte le puntate di una storia/piccolissimo particolare: ti ho perduto senza cattiveria”).

Adesso che lei non c’è più, zavorra a limitare le sue emozioni, si sente di nuovo libero, come prima di incontrarla. In fondo lei ha cercato di cambiarlo, di imbrigliare la sua fantasia e il suo vero essere. Ora è di nuovo pronto a volare, e ad essere leggero come una nuvola accettando anche la pioggia che verrà, ma non si lascerà più cambiare da nessuno: ora non ha più libri sotto ai piedi, ma cielo (“Libero com’ero stato ieri ho dei centimetri di cielo sotto ai piedi/adesso tiro la maniglia della porta e vado fuori/come Mastroianni anni fa sono una nuvola fra poco pioverà/e non c’è niente che mi sposta o vento che mi sposterà”).

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Il testo di Giudizi Universali

Troppo cerebrale per capire che si può star bene senza complicare il pane
ci si spalma sopra un bel giretto di parole vuote, ma doppiate
Mangiati le bolle di sapone intorno al mondo e quando dormo taglia bene l’aquilone
togli la ragione e lasciami sognare, lasciami sognare in pace Liberi com’eravamo ieri dei centimetri di libri sotto i piedi
per tirare la maniglia della porta e andare fuori
come Mastroianni anni fa come la voce guida la pubblicità
ci sono stati dei momenti intensi ma li ho persi già

Troppo cerebrale per capire che si può star bene senza calpestare il cuore
ci si passa sopra almeno due o tre volte i piedi come sulle aiuole
Leviamo via il tappeto e poi mettiamoci dei pattini per scivolare meglio sopra l’odio
Torre di controllo aiuto, sto finendo l’aria dentro al serbatoio

Potrei ma non voglio fidarmi di te
io non ti conosco e in fondo non c’è
in quello che dici qualcosa che pensi
sei solo la copia di mille riassunti
Leggera leggera si bagna la fiamma
rimane la cera e non ci sei più…

Vuoti di memoria non c’è posto per tenere insieme tutte le puntate di una storia
piccolissimo particolare: ti ho perduto senza cattiveria
Mangiati le bolle di sapone intorno al mondo e quando dormo taglia bene l’aquilone
togli la ragione, lasciami sognare lasciami sognare in pace

Libero com’ero stato ieri ho dei centimetri di cielo sotto ai piedi
adesso tiro la maniglia della porta e vado fuori
come Mastroianni anni fa sono una nuvola fra poco pioverà
e non c’è niente che mi sposta o vento che mi sposterà

Potrei ma non voglio fidarmi di te
io non ti conosco e in fondo non c’è
in quello che dici qualcosa che pensi
sei solo la copia di mille riassunti
Leggera leggera si bagna la fiamma
rimane la cera e non ci sei più
non ci sei più non ci sei…

pippo

6 risposte a Samuele Bersani – Giudizi Universali – SC e Testo e spiegazione

  • Michele scrive:

    Ciao,
    ho letto il tuo commento e devo dire che la nostra interpretazione del testo è al quanto differente. Il bello e particolare di questa canzone, credo sia proprio l’adito a diverse chiavi di letture che dà.. Detto ciò, di una cosa mi senterei abbastanza certo e la sottopongo alla tua attenzione, che il Mastroianni in questione non sia l’attore, bensì lo scultore che non a caso, intitolò “Nuvola” una sua opera.
    A presto!

  • Monica scrive:

    Mi sono accorta che quella sono io…. Penso di essere speciale e poi mi comporto come un riassunto di mille azioni femminili distruttive…. Uffa ma cosa devo ancora imparare?

  • angela di Meo scrive:

    credo che coltivare l’aiuola spetti ad entrambi gli attori di una storia, troppo troppo facile piangersi addosso, la donna del testo di Bersani non potrebbe lamentarsi di tanto e tanto pure lei? Solo che Bersani è stato un’artista elogiato anche dalla Pivani ( che stimo come scrittrice e come donna “vittoriana” ..poteva andare a letto con Kerouac Melville & co ma non lo ha mai fatt scoprendo poi che l’allora fidanzato suo, poi marito invece la tradì!) e che ha saputo mettere in una elegante canzone tutte le sue frustrazioniii!!!

  • Eugenio scrive:

    Grazie per il commento.
    L’arte nobilita ciò che l’etica condanna, la rassegnazione.

  • Elisa scrive:

    Interpreto non ti conosco in quello chr dici non c e nulla che pevsi sei solo la copia du mile riassunti come appunto cio che dici e solo un mosaico di ragionamenti im cui il cuore e la verita c entrano poco, dunque in realta non conodco la verita ddle tue emozioni… non avrei mai pensato ad altre donne

  • Francesco scrive:

    A me piace molto interpretare questa canzone come una lotta interiore fra l’uomo artista / bambino che si sente libero solo nell’espressione e contemplazione del bello e nuovo in contrapposizione all’uomo adulto e razionale che ogni giorno deve fare i conti con desideri ed ambizioni materiali. Il bambino che è dentro ognuno si sente oppresso se si vive ignorando l’arte ed ogni vero artista sa quanto possa essere difficile conciliare il proprio io più profondo con le necessità di ogni giorno. In fondo il testo non si rivolge mai ad un essere femminile per cui potrebbe tranquillamente essere un auto dialogo.

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