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Di Fabrizio Casu

A me la musica indie italiana fa schifo (oddio, in generale non mi piace la musica italiana contemporanea tutta, salvo rari pezzi, ma per ora circoscriviamo). Io quando leggo o sento pronunciare dei nomi tipo Marta sui tubi o Le luci della centrale elettrica vengo assalito dalla voglia di dare l’assalto alle etichette discografiche armato di torcia e forcone, tipo al castello dello scienziato pazzo. E quindi no, non ascolto perché no, si fottano o si diano dei nomi meno snob, se vogliono che gli dia retta per più di 3 secondi.

Poi, un giorno, un’amica con cui ci segnaliamo pezzi musicali che piacciono all’altro (alla quale, lo ammetto, continuo a mandare classiconi tipo gli Eagles o i Lynyrd Skynyrd ché mi piace vincere facile), mi linkò questa canzone di Dente. Dente.

Capite, no? L’ho appena detto. Dente = torcia e forcone. Però lei mi disse che era bello e di ascoltarlo. Ora, non chiedetemi il motivo, ma laddove le volte precedenti io aprivo il link e richiudevo e poi, quando giudicavo fosse passato un tempo adeguato per darla a bere, le rispondevo con “Ma che bello!”, a questo giro no. A questo giro ho ascoltato.

Anni fa mi innamorai di un pezzo di Simone Cristicchi. Lo so. Buuu per me. Torce. Forconi. Tutta quella roba lì. Ma ero uno studente universitario fuoricorso e la canzone di Cristicchi (era Studentessa universitaria) nella sua assoluta medietà aveva un effetto tremendo su di me, roba di stomaco attorcigliato e groppo in gola. Tommaso Labranca, che ai tempi era una specie di guru per i blogger fighetti (e quindi io non ci avevo una mazza da fare) disse una delle poche cose con le quali mi sono trovato d’accordo. Disse che quella di Cristicchi era una specie di fiaba urbana.

Mi è tornato in mente, quel discorso lì, quando ho ascoltato Vieni a vivere, di Dente, ed ero lì con i lucciconi agli occhi e il groppo in gola e lo stomaco attorcigliato. È una canzone che non parla di niente, alla fin fine, a parte di uno che chiede alla donna che ama di andare a vivere come lui e si sorprende di come lei ancora esiti. E nel farlo le illustra cosa li aspetta ed è tutto talmente medio, talmente comune, talmente banale che allo stesso tempo è malinconico e nostalgico.

Ho convissuto. Ho tirato su casa con una persona che amavo. E quando Dente annuncia i progetti, ci rivedi tutti i piccoli passi che hai fatto nel momento in cui vai a vivere con qualcuno e ti crei una nuova famiglia. La disposizione dei mobili, del letto, con una vaga citazione della filosofia feng shui o la libertà di mangiare scatolette comprate in un discount, birra di scarsa qualità, perché c’è da risparmiare, e di fumare in casa, perché i genitori non verranno a fare visita e non potranno lamentarsi. Perché si passa in quella condizione in cui dai tuoi sei a “casa”, ma da te sei a “casa mia”.

Si balla, si mettono i dischi, ci si bacia ovunque, perché, quando torni a casa e c’è la persona che ami, qualsiasi cosa che non va la superi con abbracci e baci. E fai l’amore e fai “centoventi bambini, tutti con dei nomi molto particolari” a cui canterai canzoncine per farli addormentare. Di quelle belle.

Forse gli canterai Vieni a vivere.

pippo

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